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Il Cafè Gambrinus …

LOCALI STORICI

Tratto da qui
- antichi ritrovi -

Il bar è di antica origine. Dalla Turchia si estese a Napoli per la particolare abitudine della consumazione del caffè diffusosi col regime spagnolo. Il primo bar fu proprio il “Caffè”, dove persone di cultura amavano raccogliersi per degustare tale bevanda e intrattenersi in argomenti letterari.
A Napoli, dal 1700 al 1800, videro la luce più di cento “Caffè” tra i quali si segnalarono per la loro importanza: il Diodati, il Fortuna, il S. Apostoli, il Caffè dei Tribunali (sempre pieno di avvocati), il Bar Starace (meta di Antonio Petito), il Caffè Vacca (in Villa comunale), il Caffè d’Italia (in via Toledo, che annoverava tra i suoi clienti Francesco Mastriani). Ma il caffè per antonomasia fu il Gambrinus (1850), ubicato all’angolo di via Chiaia, tra la nuova e la vecchia Napoli: la poetica e l’industriale. Affrescato per la maggior parte da Caprile, accolse famosi personaggi politici come Crispi, Nicotera, Bonchi, Labriola, Miraglia e l’élite napoletana dei Filangieri, Zerbo, Salazar, Schilizzi, Sirignano, Colonna, Caracciolo, Pignatelli e del Balzo, nonché artisti e poeti da Di Giacomo a Serao, Dalbono, Gemito, Murolo, Bovio, Michetti, Russo, Bracco, D’Annunzio. Nei locali del Gambrinus nacquero celebri canzoni tra le quali “A Vucchella” di Gabriele D’Annunzio e Paolo Tosti.
Altri “Caffè” importanti furono il Torgiani, il Donzelli, l’Uccello in via Duomo; l’Aceniello a Porta San Gennaro; il Turco in Piazza del Plebiscito; il Bisesti in zona Ferrovia; il Pietruccio in via Pignasecca, che funzionavano anche di notte. Oggi la città è piena di bar e tutti preparano un’ottima tazza di caffè.

tratto da: Aldo De Gioia, Frammenti di Napoli
RCE Edizioni srl, Napoli 2000

Caffè Gambrinus


Piazza Trieste e Trento
Napoli

Intorno agli anni 1860, sulla piazza Plebiscito, là dove una volta c’era stato un grande bazar, si apriva il “Gran Caffè”. rinomatissimo e frequentato da personaggi illustri ed esponenti cospicui del bel mondo cittadino. Al ritrovo si accedeva attraverso numerosi ingressi, tanto che veniva indicato anche come Caffè delle sette porte.
1 suoi locali erano al piano terra del palazzo della Foresteria, una massiccia costruzione del 1816, attualmente sede della Prefettura, a due passi da Palazzo Reale.
Lo splendore del Gran Caffè, siccome una donna che va avanti negli anni, non durò, però, a lungo; nel 1885, infatti, ci fu la conclusione della sua pur brillante vita. Morto il re, viva il re, è il caso di dire; perché trascorsi che furono cinque anni, le sue sale si spalancarono all’ammirazione dei napoletani, e forestieri, in una rinnovata, più vivida magnificenza.
Era accaduto che don Mariano Vacca, proprie­tario del Caffè d’Europa, all’angolo di via Chiaia, uomo avveduto e personaggio popolare per la domestichezza che aveva con artisti e attori, avendo tratto in fitto i locali e avendoli affidati al gusto e alla perizia dell’architetto Antonio Curri, fosse riuscito a dare a Napoli un nuovo e più importante luogo di convegno, com’erano da considerarsi in quel tempo i caffè. Nelle sale erano comparsi pastelli che erano onorati dalle firme di Volpe, Irolli, Caprile, Casciaro, Pratella, Postiglione; paesaggi ed altre opere dovuti a Migliaro, Scoppetta, Campriani, Diodati, Esposito, D’Agostino, Chiarolanza, Capone, Ragione, Palumbo. C’erano i marmi di Jenny e Fiore, gli stucchi del Bocchetta, i bassorilievi del Cepparulo e le tappezzerie del Porcelli. Insomma, una piccola galleria d’arte. L’inaugurazione avvenne il 3 novembre 1890, in uno sfavillio di luci giacché – altro tocco di interesse – l’illuminazione era stata ottenuta con l’impiego di energia elettrica. Nell’insegna, spiccava il nome del favoloso re, inventore della birra. Si leggeva, infatti, “Birreria Caffè Gambrinus”, in cui c’era il suggerimento di un felice matrimonio tra due famose bevande: l’una, bionda, fredda e nordica; l’altra, scura e bollente, tipicamente napoletana.
Il caffè, posto nel centro della città, fu, per più di un decennio, il luogo di raccolta di tutte le più eminenti, o interessanti, o pittoresche figure di Napoli. Non solo, perché non c’era artista forestiero che mancasse di farvi una capatina, ancorché il suo soggiorno si limitasse a una mezza giornata, o poco più. Delle sale del Gambrinus, che presero ad essere indicate secondo precise caratteristiche, per cui si ebbero, tanto per richiamare qualche ricordo, la sala politica, la sala della vita, la sala rotonda, erano assi­dui frequentatori, tra una folla di nomi illustri: Salvatore Di Giacomo, Eduardo Scarfoglio, Ferdinando Russo, Roberto Bracco, Achille Torelli, Enrico De Nicola, Giovanni Porzio, Libero Bovio, Ernesto Murolo; il critico Saverio Procida, i pittori Morelli, Altamura, Casciaro, Caprile, Dalbono, Postiglione. Sia d’estate, all’esterno, che d’inverno, all’interno, piccole formazioni musicali di dame viennesi, o complessi locali, rallegrarono per anni le soste di cotanti brillanti ospiti. Sulle pedane all’aperto furono date numerose audizioni di Piedigrotta, con orchestre di almeno trenta elementi diretti da Vincenzo Ricciardi, e con cantanti che avevano peso nel varietà dell’epoca, da Diego Giannini a Olga Florez Paganini. Tra costoro, il più assiduo fu Eugenio Sapio, che vi cantò per lungo tempo.
Fino agli anni venti, il Gambrinus ebbe vita prospera; poi, sotto l’incalzare di eventi e mode con le quali non poteva avere, per le sue tradizioni, alcun rapporto, cominciò a declinare. Visse stancamente gli ultimi anni, fino al 1938, quando la sua chiusura divenne inevitabile. Fortunatamente intervenne il Banco di Napoli che rilevandone alcune sale per i propri uffici, evitò che tante opere d’arte andassero distrutte, come forse sarebbe accaduto se altri ne avessero preso possesso. Le rimanenti sale, su via Chiaia e S. Ferdinando, sono tutt’ora adibite a caffè, anzi bar, in uno stanco ricordo di quello che una volta fu il Gambrinus.

Ettore de Mura – Enciclopedia della Canzone Napoletana
Casa Editrice IL TORCHIO, Napoli 1969

La storia di una città si consuma per le strade, nelle sue case, nei suoi ritrovi. I suoi locali, quindi, risultano fondamentali nel recupero di una parte del suo passato e per una lettura del suo presente; quella parte di storia che è passata nei caffè, nei ristoranti, nelle pizzerie, attraverso aneddoti e citazioni che gli stessi proprietari custodiscono come un’eredità preziosa.

Centocinquant’anni di storia a sfilare tra quei tavolini di una capitale. Re, Regine, intellettuali, personaggi celebri o anonimi cittadini a sostare in un foyer unico al mondo, in una galleria d’arte da vivere sul filo di una musica1ità di vita. Dalle orchestrine viennesi alle indimenticabili canzoni napoletane, alla città moderna, a una qualità di servizi e prodotti sempre al top. Questo è il caffè di Napoli, questo è il Gambrinus. Una tradizione antichissima fa dei caffè uno dei centri vitali e culturali della città. Dislocato proprio nella culla della capitale, dinnanzi ai suoi tavolini si succederanno i più importanti avvenimenti della storia di Napoli, di tutta la nazione. Il vecchio Gran Caffè nel 1890 si trasforma in una vera e propria Galleria d’Arte diventando il Gambrinus. A ristrutturare preziosamente questi ambienti interverranno i migliori artisti dell’epoca. Pittori, scultori e decoratori daranno vita ad un laboratorio d’arte che susciterà l’ammirazione di tutta la città e dei tanti turisti che lo affollano. De Sanctis, Scoppetta, Caprili, Migliaro, Fabron, Capone, Volpe, Tafuri sono soltanto alcuni dei nomi che hanno lasciato una traccia in quel Caffè, da sempre frequentato da “galantuomini”, intellettuali e tanti giornalisti e poeti che da quelle sale hanno tratto ispirazione per la creazione di molte delle celebri melodie di quel fenomeno che è la canzone classica napoletana. Tra quei tavolini, accanto ad anonimi cittadini, si sono seduti quotidianamente celebri personaggi come D’Annunzio, Scarfoglio, Di Giacomo. Un rito mai interrotto e anche nei giorni nostri i personaggi più noti, compresi i Presidenti della Repubblica, non mancano di far visita a una Galleria-Caffè unica al mondo che sa fondere immagini d’arte con il piacere di una conversazione, con il gusto di assaporare sofisticati e ricercati prodotti. Tra quei tavolini non si è mai spezzato quel filo di piacere che continua ad essere il poter godere un attimo di relax. Tra un sorbetto, una raffinata pasticceria, un originale cocktail o il classico, irrinunc

iabile, caffè. Irrinunciabile come quel pezzo di storia, arte, cultura, vita che è il Gambrinus. Artisti, intellettuali e poeti da De Sanctis a D’Annunzio, da Migliaro a Di Giacomo, tutti hanno lasciato al Caffè Gambrinus una traccia del loro sapere.

 

 

GAMBRINUS, DOVE D’ANNUNZIO SCRISSE «’A VUCCHELLA»
Un locale ricco di storia, era la casa di poeti, scrittori, pittori, commediografi

«E’ una delle più significative espressioni dell’arte napoletana del secolo XIX» disse, di esso, Domenico Morelli. L’aspirazione dei suoi attuali gestori, i fratelli Sergio, è ora che il «Gambrinus» torni ad essere quello che fu negli anni compresi fra la metà dell’Ottocento e il primo trentennio del Novecento, cioè un caffè letterario, ove sanno darsi convegno artisti e intellettuali. Recuperata dopo una lunghissima battaglia burocratica, la quasi totalità dei suoi locali, il «Gambrinus», le cui pareti risultano ornate da dipinti dei maggiori pittori napoletani dell’Ottocento, ha festeggiato, con una manifestazione alla quale ha partecipato Armato Lamberti presidente dell’amministrazione provinciale, (proprietaria dei locali) il suo ritorno alla piena attività. E’ proprio carico di storia, il «Gambrinus» di Napoli, così come lo sono il «Greco» di Roma, il «Florian» di Venezia, le «Giubbe rosse» di Firenze e il «Pedrocchi» di Padova. Col nome di «Gran Caffè», esso fu inaugurato nel 1860, poco dopo l’arrivo di Garibaldi a Napoli. Vincenzo Apuzzo fondatore del «Gran Caffè» dovette vincere la concorrenza del dirimpettaio «Caffè Europa» e del vicino «Caffè Turco». Spedì dunque a Parigi, a Londra e a Vienna alcuni dei suoi collaboratori, affinché imparassero tutti i segreti della pasticceria internazionale e si fece promotore di fiabesche feste di carnevale e di mecenatesche occasioni culturali. Impiegò somme enormi, in queste iniziative. Ne trasse fama e gloria, ma scarsi guadagni e, infatti, di lì a non molto dovette cedere la gestione a Mariano Vacca, già proprietario del dirimpettaio «Caffè Europa».
Siamo alla svolta decisiva. Mariano Vacca convocò, per prima cosa, l’architetto Antonio Curri, uno dei più attivi dell’epoca il quale, a sua volta ingaggiò un gran numero, almeno una quarantina, fra scultori e pittori. I lavori durarono sei mesi, marmi, specchi, stucchi, bassorilievi, dipinti, dorature, furono gli elementi di cui l’architetto Curri si servì per articolare la sua opera. E fu sua l’idea di aggiungere, alla dicitura di «Gran Caffè», la parola «Gambrinus»: «Gran Caffè Gambrinus», in onore del leggendario re germanico probabile inventore della birra. Il 30ottobre 1890 vi fu l’inaugurazione ufficiale.
Ben presto il rinnovato locale diventò anche il principale luogo di convegno degli uomini di cultura della città. I nomi di poeti come Gabriele D’Annunzio (che dal 1891 al 1893 visse a Napoli) e come Salvatore Di Giacomo e di Ferdinando Russo, di giornalisti come Edoardo Scarfoglio, Matilde Serao e Francesco Bufi, di musicisti come Francesco Paolo Tosti e Mariano Costa, di commediografi come Roberto Bracco, di clinici come Antonio Cardarelli, di avvocati come Carlo Fiorante sono soltanto i nomi di alcuni di coloro che, a sera, andavano a trattenersi al «Gambrinus». E fu qui, peraltro, secondo uni incontrollata tradizione, che Gabriele D’Annunzio scrisse i versi della sua celebre canzone dialettale «’A vucchella». Così come, certissimamente, era qui che Ferdinando Russo scriveva i testi di quelle divertenti macchiette che Nicola Maldacea eseguiva al vicino «Salone Margherita», primo cafè-chantant d’Italia. Il «Gambrinus» venne ridotto a una minuscola stanzetta il 5 agosto 1938 per ordine del prefetto Giovarmi Battista Maculi. Il motivo ufficiale fu che il Gambrinus era diventato un covo di antifascisti. Il vero motivo, come ha sostenuto lo scrittore Giovanni Artieri, fu che il prefetto Marziali, anzi la moglie del prefetto Marziali, già insonne per sua natura, veniva disturbata, nottetempo, dai suoni dell’orchestrina del «Gambrinus». Appena cinque mesi dopo, purtroppo, il «Gambrinus» si portò appresso, nel suo crollo, un importante settimanale: il rotocalco «Omnibus», diretto da Leo Longanesi che tramite un articolo di Alberto Savino aveva trovato modo di denunciare il sopruso subìto dal locale. I locati dell’ex «Gambrinus» vennero, nella loro quasi totalità, ceduti in affitto a una banca e ad alcune ditte commerciali.
Michele Sergio, padre degli attuali gestori del «Gambrinus», fu colui che diede inizio alla battaglia per il recupero dei locali. Una battaglia vinta, in suo nome, dai suoi due figli. Per la gioia di tutta Napoli che ha, così, di nuovo, il suo vero e grande «Caffè letterario».

Vittorio Paliotti

coll.ne R. Cortese

IL RECUPERO DEGLI AMBIENTI
DELL’ANTICO
caffè Gambrinus

Con la restituzione dei locali del piano terra dell’originaria Foresteria del Palazzo Reale di Napoli, l’Amministrazione Provinciale, ma soprattutto la città ha riacquistato un altro pezzo della sua storia più recente che, come spesso accade, viene precocemente dimenticata: si tratta degli ampi saloni, riccamente decorati, dell’ottocentesco “Caffè Gambrinus”. Negli anni che seguirono l’unità d’Italia e nel corso dei complessi meccanismi amministrativi che ridistribuirono le proprietà della Corona alle amministrazioni pubbliche, l’edificio della foresteria è diventato sede della Prefettura di Napoli e di proprietà dell’Amministrazione Provinciale della città. Una parte dei locali al piano terra e precisamente quelli su Piazza Trieste e Trento, furono destinati ad uso commerciale: qui si trovava il “Gran Caffè” che, con l’avvento di nuovi gestori, cambiò il suo nome nel 1890 in “Gran Caffè Gambrinus”. Questo luogo segnerà un’epoca: le sue sale saranno testimoni, anno dopo anno, della silenziosa rivoluzione che, durante la “belle époque”, farà del ceto borghese ed industriale i protagonisti assoluti: nello stesso tempo questi luoghi pubblici, rappresentarono qualcosa di più di semplici Caffè, a Napoli come nelle altre capitali europee questi saranno i luoghi nei quali intellettuali, politici, artisti e rappresentanti di tutte le classi professionali si ritroveranno e scriveranno alcune pagine della storia culturale, sociale e politica dell’epoca. La decorazione dei saloni viene compiuta nel 1893, in occasione dell’ampliamento del Caffè con le sale che affacciano sulla monumentale Piazza del Plebiscito: il progetto dell’intero apparato decorativo viene affidato ad Antonio Curri. Il Curri, docente di Architettura ed Ornato nella Real Università di Napoli nonché professore onorario dell’Istituto di Belle Arti, si era distinto come artefice di numerosi impianti decorativi quali il restauro della facciata del Duomo di Napoli, la decorazione della chiesa di San Giovanni a Mare e, sopratutto, la decorazione della “Galleria Umberto I”. La decorazione dei saloni del Gambrinus si pone come un’altra importante tappa del modernismo in Napoli ed il fatto che ci si trovi in un Caffè non diminuisce lustro all’opera, anzi la arricchisce di valenze particolari legate ai costumi dell’epoca. Se nel complesso la decorazione degli stucchi può definirsi floreale, in più di un particolare è possibile cogliere quell’accento eclettico che non può far a meno di continui richiami al mondo classico. Nel lavoro decorativo il Curri si avvalse della collaborazione di Gaetano D’Agostino e Salvatore Cozzolino, mentre una vasta rappresentanza di pittori trova spazio sulle pareti e nei vani delle finestre, espediente che permetteva di mettere in mostra la ricca decorazione anche ai passanti. I quadri nel loro insieme sono rappresentativi della tipologia della produzione napoletana di fine secolo, contrassegnata dal vedutismo di squarci naturalistici en plain air o da ritratti di giovani popolani e popolane o rappresentanti del bel mondo sempre colti in pose naturali come in uno spaccato di vita quotidiano. Tuttavia, pur nell’imprescindibile marchio di napoletanità, è possibile intravedere alcuni aspetti collegati alle correnti estetiche di discendenza francese e austriaca. Il tutto fa della galleria dei saloni del Gambrinus un monumento omogeneo rappresentativo del panorama pittorico e decorativo della seconda metà del secolo, tale da richiedere un approfondimento di studi che ne rivaluti il ruolo, la funzione ed il valore monumentale.

Manuela Calabrese

L’antico caffè Gambrinus

Con la restituzione dei locali del piano terra dell’originaria Foresteria del Palazzo Reale di Napoli, l’Amministrazione provinciale, ma soprattutto la città ha riacquistato un altro pezzo della sua storia più recente che, come spesso accade, viene precocemente dimenticata: si tratta degli ampi saloni, riccamente decorati, dell’ottocentesco “Caffè Gambrinus”.
La storia dell’intero edificio è legata alla complessa sistemazione della piazza antistante il Palazzo Reale: questa, nel 1809 – epoca murattiana – diviene oggetto di un progetto decorativamente neoclassico che la renderà uno spazio degno delle nuove concezioni urbanistiche del secolo XIX; queste infatti, tra l’altro, dovendo anche assolvere alle istanze di una giusta integrazione tra le sedi del potere e la partecipazione del popolo ad esse, trovavano nell’enorme piazza la risoluzione di un esigenza primaria. II vincitore della gara per il progetto, indetta nel 1812, fu Leopoldo Laperuta, il quale godette anche della stima di re Ferdinando I – che gli permise di continuare il lavoro, affiancato dall’architetto di Corte Antonio De Simone.
Per il piano originale, al posto dell’odierna chiesa, Murat aveva predisposto una enorme sala circolare adibita a riunioni civiche e, nei vani laterali a questa, un Museo Nazionale della Scienza della Tecnica e del Lavoro. Inizialmente i due edifici, simmetricamente disposti ai lati della grande piazza, gemelli nella decorazione che ripercorre e ripropone gli ordini dei dettami vitruviani, dovevano avere la funzione, rispettivamente di sede dei ministeri di Stato l’uno e di ministero per gli Affari Esteri l’altro.
Ma poco dopo la loro definitiva realizzazione, furono adibiti quest’ultimo a Palazzo della Foresteria, mentre il primo, dopo aver predisposto per i ministeri la costruzione di Palazzo San Giacomo, fu destinato a residenza di Leopoldo di Borbone principe di Salerno.
Negli anni che seguirono l’unità d’Italia e nel corso dei complessi meccanismi amministrativi che ridistribuirono le proprietà della corona alle amministrazioni pubbliche, l’edificio della foresteria è diventato sede della Prefettura di Napoli e di proprietà dell’Amministrazione provinciale della città. Una parte dei locali al piano terra e precisamente quelli su Piazza Trieste e Trento, furono destinati ad uso commerciale: qui si trovava il “Gran Caffè” che, con l’avvento di nuovi gestori, cambiò il suo nome nel 1890 in “Gran Caffè Gambrinus”. Questo luogo segnerà un’epoca: le sue sale saranno testimoni, anno dopo anno, della silenziosa rivoluzione che, durante la “belle époque”, farà del ceto borghese ed industriale i protagonisti assoluti; nello stesso tempo questi luoghi pubblici, rappresenteranno qualcosa di più di semplici Caffè, a Napoli come nelle altre capitali europee questi saranno i luoghi nei quali intellettuali, politici, artisti e rappresentanti di tutte le classi professionali si ritroveranno e scriveranno alcune pagine della storia culturale, sociale e politica dell’epoca. Non è un caso quindi che per i saloni del “Caffè Gambrinus” si può parlare di un vero e proprio monumento dell’arte decorativa del modernismo a Napoli e di una galleria rappresentativa della seconda generazione di artisti aderenti alla corrente verista dell’Ottocento napoletano, quasi tutti allievi dell’Istituto di Belle Arti, e seguaci del Palizzi e del Morelli.
La decorazione dei saloni viene compiuta nel 1893, in occasione dell’ampliamento del Caffè con le sale che affacciano sulla monumentale Piazza del Plebiscito: il progetto dell’intero apparato decorativo viene affidato ad Antonio Curri. I1 Curri, docente di Architettura ed Ornato nella Real Università di Napoli nonché professore onorario dell’Istituto di Belle Arti, si era distinto come artefice di numerosi impianti decorativi quali il restauro della facciata del Duomo di Napoli, la decorazione della chiesa di San Giovanni a Mare e, soprattutto, la decorazione della “Galleria Umberto I”.
Quest’ultima, inaugurata il 10 novembre 1892, si può definire l’opera più rappresentativa in città sia della classe borghese napoletana che dell’architettura dell’era industriale la quale, con le sue strutture in vetro e metallo, ha come obbiettivo una fusione tra bello e funzionale ed ha come suo prototipo mondiale la Torre Eiffel a Parigi e la Mole Antonelliana in Italia.
La decorazione dei saloni del Gambrinus si pone come un’altra importante tappa del modernismo in Napoli ed il fatto che ci si trovi in un Caffè non diminuisce lustro all’opera, anzi la arricchisce di valenze particolari legate ai costumi dell’epoca. Se nel complesso la decorazione degli stucchi può definirsi floreale, in più di un particolare è possibile cogliere quell’accento eclettico che non può far a meno di continui richiami al mondo classico. Nel lavoro decorativo il Curri si avvalse della collaborazione di Gaetano D’Agostino e Salvatore Cozzolino, mentre una vasta rappresentanza di pittori trova spazio sulle pareti e nei vani delle finestre, espediente che permetteva di mettere in mostra la ricca decorazione anche di passanti.
I quadri nel loro insieme sono rappresentativi della tipologia della produzione napoletana di fine secolo, contrassegnata dal vedutismo di squarci naturalistici en plain air o da ritratti di giovani popolani e popolane o rappresentanti del bel mondo sempre colti in pose naturali come in uno spaccato di vita quotidiana. Tuttavia, pur nell’imprescindibile marchio di napoletanità, è possibile in tra ve de ne alcuni aspetti collegati alle correnti estetiche di discendenza francese e austriaca.
Il tutto fa della galleria dei saloni del Gambrinus un monumento omogeneo rappresentativo del panorama pittorico e decorativo della seconda metà del secolo, tale da richiedere un approfondimento di studi che ne rivaluti il ruolo, la funzione ed il valore monumentale.

AL GAMBRINUS

Chi avrebbe creduto che dalle affumicate sale del Gran Caffè sarebbe sorta, luccicante di dorature, adorna di quadri e di bassorilievi come un piccolo museo, la birreria Gambrinus? Eppure il miracolo si operò in poco più di due mesi per opera di Antonio Curri e di Mariano Vacca: di Antonio Curri artista ed ingegnere squisito che seppe trasfondere in tutti i più minuti particolari delle decorazioni il gusto e l’eleganza dell’arte sua: di Mariano Vacca che coraggiosamente profuse migliaia di lire per dare finalmente a Napoli il caffè, che fino a quel momento mancava. La sorpresa fu in tutti grandissima, e ricordo ancora lo stupore degli invitati nella sera che precedette la inaugurazione. In quelle sale candide, dove alitava un soffio di pura arte, la folla si allargava fermandosi poi a gruppi, qua e là, davanti ad un quadro come in una esposizione. Si credeva di essere più in un museo che in un caffè, e l’idea che un giorno tutti avrebbero potuto entrarvi liberamente parve a taluni una profanazione. Ma la bionda birra di Monaco spumeggiò ad un tratto nei bicchieri, e tra quei bicchieri spumanti apparve per la prima volta Sigismondo Sterra, lisciato, pettinato, impomatato, rigido come una marionetta nell’abito nero, nel colletto alto e duro come un collare; apparve, e parlò mostrando una cultura sbalorditiva….. in fatto di birre. Parve anzi a molti che per virtù miracolosa egli fosse scattato fuori da un book. Poche sere dopo il Gambrinus divenne il ritrovo della società più elegante, e le sue sale, dopo la mezzanotte, furono invase per la prima volta, da uno stuolo di belle signore uscenti allora allora dai teatri ancora scollate, scintillanti di gioielli, avvolte in morbide e costose pellicce. Il Gambrinus, a quell’ora si muta in salone aristocratico. Andateci invece prima della mezzanotte, e lo vedrete popolato di artisti tra i quali non vi sarà difficile trovare tutti quelli che non poco hanno contribuito alla bellezza estetica di esso. Esposito, Volpe, Pratella, Caprile, Postiglione, Fabron, Casciaro, Migliaro, Campriani, de Sanctis, Cepparulo, de Matteis, Irolli, Matania, Scoppetta, Diodati, son quasi sempre lì a discorrere animatamente intorno ad uno o due tavolini col creatore del Gambrinus, Antonio Curri. Entrando vi par quasi di essere a casa vostra tra buoni amici, anche perché non manca mai di accogliervi il sorriso benevolo di Raffaele Vacca, il più gentile, il più premuroso, il modello dei proprietari di caffè napoletani.

La Tavola Rotonda – 1891


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